Ti scrivo…

Caro amico mio,

ti scrivo perché non riesco a parlare. Ho un nodo alla gola che va su e giù. E so che anche tu apprezzi che io non tenti la chiamata. Resteremmo muti. Muti perché attoniti e così dispiaciuti da non poter far uscire parola. Vorrei conoscere le frasi migliori. Quelle che potrebbero far svanire il dolore. Ma non ne esistono. Esiste solo l’attaccamento, il rispetto, l’affetto, la comprensione e soprattutto la condivisione. Ma tutto ciò non serve a minimizzare il grande dispiacere, né serve a dissipare il nodo che ci unisce nel sentimento ma che, nella realtà, ci sta soffocando.

Nei giorni belli, abbiam parlato di tante cose anche se il discorso poi ricadeva su “lui/lei fa così o fa cosà”. Ti sento ancora dirmi delle capriole, degli inseguimenti e della linguaccia fuori. Tu che mi racconti quel che per me sono l’assoluta banalità giornaliera dato che milioni di volte mi sono trovata nella stessa situazione. Eppure rido, rido comunque, a prescindere. E’ solo un sorriso compiaciuto di chi sa quanto bene sta vivendo quel Chow… se ancora ti diverti a raccontarmi situazioni già viste e riviste. In fondo in fondo ti vorrei dire: “Dai, ti prego, non raccontarle più”. Invece, ora mi mancano. E penso, soprattutto, a quanto mancano a te.

Se ne è andato via, in punta di piedi, ma con lo stridore del tuo cuore accartocciato. Il non aver più lacrime è normale. A queste lacrime si sostituirà il sorriso, un giorno. Il sorriso dei soli giorni belli, delle giornate assolate ma non afose, delle mattine azzurre e delle nuvole cariche di pioggia che vi rincorrevano quando andavate veloci verso casa. L’unica volta in cui correva al ritorno! Altrimenti, sembrava che il tornare a casa fosse un percorso a ostacoli. Cento annusate in più. E la voglia di star fuori fino a tardi per sentire tutto quel che c’era da sentire, compreso il passo felpato del gatto del vicino.

Adesso, che cosa posso fare? Non abiti neppure dietro l’angolo di casa… altrimenti potrei offrire la spalla, un abbraccio in più e il concedersi degli sguardi rincuoranti. Macché. E allora ti scrivo. Ho il magone, e non mi interesso molto se tutto quel che scrivo potrà essere assolutamente compreso. Potrei essere più chiara ma, te l’ho detto, non ho frasi che cancellano il dolore. Sappi solo che lo conosco anch’io quel senso di impotenza, quel senso di colpevolezza, quel senso di bruciore allo stomaco. Tu, che credi che io sappia molto, sappi che ogni volta sento e, ogni volta, ho le medesime sensazioni, e forse anche di più. Io che “dovrei” sapere, io che “ci dovevo arrivare”, potrei non aver saputo o non esserci arrivata. E averlo perso. Certo, mai per incuria, mai per disinteresse, mai senza senso di responsabilità. Ma capita.

Tanti anni fa, ancora quando non avevo avuto il primo strazio, le mie dita scorrendo sopra la tastiera di una macchina da scrivere (però, elettronica) misero nero su bianco queste parole:

“… Difficilmente chi ha posseduto un Chow riesce a fare a meno della compagnia di un così caro amico, perciò non dite mai “basta!”.
Quando con il nuovo cucciolo rifarete gli stessi percorsi, le stesse passeggiate, e dietro a voi sentirete ancora il leggero passo di un Chow Chow, sarà ancora come riavere il vostro “grande vecchio”, colui che per primo vi ha insegnato ad amare profondamente questa stupenda razza”.

Questo è il mio unico augurio.

Ti stringo forte.
Isabella

P.S. A te, che hai qualcuno che se ne è andato. Non tornerà ma, un giorno, lo struggimento sarà sopportabile e, chiudendo gli occhi, credimi, lo vedrai ancora correre felice.