I Chow Chow della carrozza

La nostra casa, a Milano, fu bombardata nel ’42. Abitammo per qualche tempo in un alloggio popolare delle “case minime” finché gli zii ci invitarono a raggiungerli nel Varesotto. Ero una dodicenne piena di desideri tra i quali spiccava la voglia di avere un cane che mi facesse compagnia e che mi distogliesse da tutte le paure che la guerra incuteva a ognuno.

La villa sul lago era abitata anche da altri sfollati. Gente che andava e veniva cercando di rimettere insieme la propria vita e trovare la stabilità perduta. Ogni volta che sembrava essere ritrovata, si viveva la percezione della normalità. La meravigliosa normalità. La agognata banalità. Indispensabili momenti di serenità che aprivano la mente e il cuore a una nuova speranza.

Noi stavamo al secondo piano. Mio fratello, più piccolo di me di un paio d’anni, mi stava sempre alle costole. Era appiccicoso, ma mi piaceva poterlo rincuorare, la sera, quando nel lettone mi stringeva la mano e io rispondevo, senza parlare. I nostri genitori erano molto presenti, seppur sempre in pensiero per quel che poteva essere l’avvenire.

Io e Mario, il mio fratellino, giocavamo nel cortiletto quando, dal cancello principale entrò una carrozza trainata da una coppia di cavalli bai. Fece il giro della proprietà. La seguimmo correndo. Si fermò dinnanzi alla porta da dove potevamo intravedere uno scalone. Eravamo lì da pochi giorni, e non ci eravamo ancora avventurati alla scoperta del resto della casa e tanto meno del giardino.

La porta di vetro si aprì e apparve un signore molto ben vestito. Aveva persino un bel cappello a falda larga color tortora. Dietro a lui due bellissimi cani. Uno nero, uno rosso. Avevano una bella criniera e il pelo lungo e lucido.
Corremmo a casa e rivelammo alla mamma che nella villa vivevano anche due “leoni”.

Il giorno seguente, mi piazzai sull’angolo. Era una posizione strategica per tener d’occhio il cancello e il retro della villa. Speravo di veder arrivare la carrozza o che il signore, che seppi essere un nobile, uscisse per far due passi con i cani. Mi avevano affascinata. Ecco, era così che avrei voluto fosse il mio “cane”. Vero è che mi ero innamorata solo del loro aspetto fisico e non vedevo l’ora di poter chiedere a quel signore, qualcosa in più riguardo a loro.
Purtroppo non individuavo mai i giusti tempi e la carrozza non arrivò per tutta una settimana.

Un mattino prestissimo, nella nebbia che nascondeva tutto, sentii il suono degli zoccoli dei cavalli che entravano nel cortile. Mi precipitai dalle scale, a piedi scalzi, con quel pigiamino corto, e il cuore che batteva forte. Non capivo neppure io perché fossi così ansiosa di poter rivedere quella coppia pelosa. Non li conoscevo ma mi avevano rubato il cuore.

“Signore, signore! La prego si fermi. Mi dia la possibilità di ammirarli”. Loro mi guardarono con il muso all’insù. Non cercai di toccarli ma incrociai i loro occhi e mi piacque.

Lui, Nero, lei, Tea. Ora conoscevo i loro nomi.
Il conte mi disse che erano cani particolari. Una razza così. Forse un po’ strani, per quel che era la propensione per i cani a quel tempo.
Presi l’abitudine di rimanere sempre più spesso fuori, giusto per essere certa di poterli vedere tutte le volte che anche loro uscivano.

Qualche settimana dopo, Nero e Tea fuggirono. La porta era aperta. E loro se ne andarono.
Tutti li cercammo e il conte era prostrato. Nessuno fu in grado di ritrovarli e si persero le speranze. Io continuai ad aspettarli e un giorno, dal cancello principale, entrò Nero.
Di Tea non se ne seppe più nulla.

Abitai lì per anni. Nero invecchiò. Io lo amavo sempre di più e cercavo di rincuorarlo per la perdita di Tea. Lui poggiava la sua testa sulle mie gambe e si lasciava coccolare. Che onore!

Tornammo a Milano. Nero rimase con il conte, che se ne prendeva grande cura.

Molte cose mi distrassero al ritorno ma infinite volte mi chiesi che fine avesse fatto il mio amico. La guerra era finita e la gente era così sollevata che sembrava che i dolori non fossero più reali.

Non ho mai chiamato Nero un mio Chow Chow, ma fu lui il primo a insegnarmi ad amare tutti gli altri. Nero, il primo non l’ultimo nel mio cuore.

Dedicato a tutti gli ottantenni, i ragazzi di allora, che impararono ad amare i cani e la cinofilia in tempi difficili e in ambiti difficoltosi. Ora… tutto così facile, scontato… probabilmente meno vissuto e intenso.